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News | Straordinaria scoperta scientifica nelle Dolomiti

Prof. Gianolla intervistato Patrimonio UNESCO
23 maggio 2018

Rapido aumento di CO2 e crisi climatica: ecco perché le recenti scoperte sulla diversificazione dei dinosauri parlano anche al presente. Questo è certamente uno degli aspetti più interessanti del lavoro scientifico coordinato dal Prof. Gianolla dell’Università di Ferrara e da Massimo Bernardi del MUSE – Museo delle Scienze di Trento. Uno studio che dimostra come la prima diversificazione dei dinosauri sia avvenuta in seguito a una profonda crisi ecosistemica globale, causata da un rapido cambiamento climatico di cui le Dolomiti conservano la traccia più evidente. I risultati della ricerca sono stati recentemente pubblicati anche sulla prestigiosa rivista scientifica “Nature Communications”.

Ospiti del Museo Paleontologico di Cortina d’Ampezzo abbiamo intervistato il prof. Gianolla.

Professore, tutti ormai ne parlano, ma in sintesi cosa avete scoperto?

“Abbiamo scoperto che il momento in cui i dinosauri diventano dominanti è collegato al mutamento climatico del Carnico. Erano già comparsi nel Triassico Medio ma improvvisamente diventano importanti, proprio in concomitanza con la crisi climatica avvenuta 232-234 milioni di anni fa, legata alla rapida immissione nell’atmosfera di anidride carbonica da un’area vulcanica”.

Il tema dell’immissione di CO2 richiama all’attualità. Possiamo dire che stiamo vivendo qualcosa di simile o è una banalizzazione?

“Non è una banalizzazione, i nostri studi hanno un impatto anche sull’attualità. Le immissioni rapide di CO2 nell’atmosfera causano grossi problemi, l’aumento da 300 a 400 ppm di CO2 può produrre un aumento di temperatura, che a sua volta potrebbe portare a una dissociazione dei gas idrati e a una crisi ecosistemica”.

Sembra voler dire che la vita vince sempre ma non si sa quale tipo di vita. E’ questo l’insegnamento da trarne? Che una crisi climatica potrebbe farci trovare… dalla parte sbagliata?

“Esatto! Dopo le grosse crisi, gli spazi lasciati liberi vengono occupati da chi sopravvive. Non è detto che in una prossima crisi saremo tra quelli che passano oltre!”.

Ci spiega cosa è accaduto 232-234 milioni di anni fa?

“Le Dolomiti sono il contesto in cui si può notare meglio la crisi delle scogliere tropicali, ben visibile in corrispondenza della cengia presente sotto le Tofane, le Tre Cime, o sulla sommità dei Lastoni di Formin.. La cengia documenta il momento in cui i fiumi da Sud (ricordiamo che, nel Triassico, dove ora c’è Venezia c’era la terra, mentre qui c’era il mare) hanno portato materiale nei bacini e tutto è stato coperto dai sedimenti che hanno soffocato le vecchie isole.

E dal punto di vista della fauna?

“Le estinzioni liberano spazi ecologici che vengono riempiti. I dinosauri esistevano anche prima ma dopo l’evento sono divenuti dominanti”.

Si può dire che tutto il vostro lavoro sia partito dall’ambra?

“Negli anni ’90 un ricercatore di Cortina, Paolo Fedele, ci ha fatto vedere l’ambra da lui rinvenuta: io e alcuni colleghi di Padova abbiamo cominciato a studiarla, notando che si trovava in diverse parti del mondo, nello stesso momento. Questo ci ha fatto pensare; insieme, naturalmente alla grande scoperta di Vittorino Cazzetta (cui è intitolato il Museo di Selva di Cadore, ndr) che negli anni ’80 rinvenne le impronte di dinosauro alla base del Pelmetto. In seguito abbiamo potuto trovare impronte ovunque, dalle Dolomiti Friulane al Sella, dalle Tofane alla Moiazza, al Civetta, ai Lastoni di Formin… Il fatto che sotto ci fossero impronte di altro tipo e sopra ci fossero quelle dinosauriane ci ha quindi permesso di cominciare a pensare a un evento climatico.

Vi aspettavate un’eco del genere? Vi rendevate conto che stavate cambiando un paradigma?

“Speravamo che avesse un’eco significativa a livello scientifico. Ma quello che ci interessa è che queste ricerche proseguano.  Le Dolomiti sono iscritte nel Patrimonio UNESCO per due criteri: quello geologico e quello paesaggistico.  La ricerca scientifica è assolutamente fondamentale. Queste montagne sono un laboratorio a cielo aperto ed è importante che diventi patrimonio comune anche delle popolazioni che ci vivono”.

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