A colloquio con Michele Da Pozzo, che ha diretto il Parco Naturale delle Dolomiti d’Ampezzo per 35 anni e che ora sta cedendo il testimone a Martina Siorpaes, dott. forestale che ha già operato in ambito regoliero sia a Cortina che a San Vito e che dirigerà l’ente nato nel 1990 con il consenso dell’Assemblea generale dei Regolieri e affidato in gestione dalla Regione Veneto alla Comunanza delle Regole d’Ampezzo.
PARCO E COMUNITÀ
11 mila ettari di aree a destinazione silvo-pastorale e di aree riconosciute come riserva naturale, alcune delle quali di tale pregio e integrità da consentire la perimetrazione di 9 riserve integrali e 11 riserve orientate. E una gestione del tutto particolare come quella regoliera, che valorizza il legame con la comunità locale.
Direttore, dalla nascita del Parco come ha visto cambiare la sensibilità nei confronti dei valori ambientali custoditi dalle aree protette?
«All’interno della comunità ampezzana questa sensibilità è sicuramente cresciuta. La gestione del Parco, in questi 35 anni non ha mai dovuto affrontare conflitti importanti, se non per le minacce alla sua integrità che venivano dall’esterno. Proprio in relazione a queste ultime, la popolazione ha potuto percepire direttamente quanto l’istituzione dell’area protetta sia stata fondamentale. Ricordo che alcuni anni fa la proposta di un piccolo ampliamento dei confini del Parco, finalizzato a impedire un progetto di sfruttamento idroelettrico, sia stata votata dal 96% dei regolieri. E in futuro altre proposte di ampliamento potranno essere prese in considerazione, ad esempio per tutelare l’area del Sorapis e per regolamentare i parcheggi sui passi».
STRATEGIE DI GESTIONE DEI FLUSSI
A questo proposito: in oltre trent’anni quali strategie avete utilizzato per gestire una frequentazione che è sicuramente cambiata e, in alcune aree, è diventata anche quantitativamente più incidente?
«Prima di tutto attraverso la conoscenza: tutte le guardie conoscono nel dettaglio i siti più delicati dal punto di vista floristico, vegetazionale, faunistico, geologico e questo rende molto più facile operare in rete. I divieti servono a poco, anzi, a volte diventano quasi un invito a scoprirne la ragione. Si può invece agire in modo più oculato, indirizzando gli escursionisti attraverso la segnaletica su determinati percorsi e limitandola su altri sentieri (comunque sempre manutenuti) e che conducono in luoghi di tale pregio da far prevalere quello che è il compito primario di un Parco, ovvero la conservazione dell’integrità ambientale».
UN MODELLO ESPORTABILE, PER ACCRESCERE LA CONSAPEVOLEZZA
Il modello comunitario del Parco Naturale delle Regole d’Ampezzo è mutuabile in altri contesti o è strettamente legato alla gestione regoliera?
«Non tutti i regolieri sono legati direttamente al territorio, alcuni lo sono per la passione verso la montagna. Per questo ho sempre cercato di portare prima di tutto gli ampezzani in escursione, anche nei posti maggiormente tutelati, proprio per accrescere la consapevolezza del patrimonio che abbiamo in gestione, grazie a collaborazione con il CAI e le Guide Alpine. Questa forma di attaccamento, direi quasi di orgoglio per il proprio territorio, può sicuramente essere propria anche di altri contesti. Anche quando abbiamo realizzato interventi che hanno migliorato la fruibilità, l’abbiamo fatto proprio per accrescere la consapevolezza della necessità di tutela, come il percorso in parte attrezzato dei canyons e delle cascate di Fanes, quelli di Federa o delle cascate del Boite a Ra Stua».
Il riconoscimento UNESCO ha contribuito ad accrescere questa consapevolezza?
«A livello culturale, tanto le Regole d’Ampezzo quanto il Parco hanno da sempre fatto la loro parte per la divulgazione delle eccellenze geologiche e paesaggistiche. Sicuramente il riconoscimento UNESCO può essere una risorsa se viene visto per quello che è, ovvero un’assunzione di responsabilità verso la tutela del Patrimonio e non viene impropriamente interpretato, come purtroppo spesso accede (anche se nel nostro territorio, devo dire, in modo molto limitato) come un marchio turistico».
Come giudicherebbe lo stato salute del Parco oggi?
I motivi di sofferenza sono legati al cambiamento climatico e alle sue conseguenze, come ad esempio il bostrico. Quanto alla frequentazione, come abbiamo visto, per quanto intensa in alcune aree è comunque gestibile. Sì, posso dire che gli habitat e le specie, nel Parco Naturale delle Dolomiti d’Ampezzo, sono tutelati».
UNA NOTA PERSONALE…
35 anni sono un’intera vita professionale. Che momento è, a livello personale?
«Sono contento della scelta di Martina Siorpaes come nuova direttrice: garantirà continuità, professionalità e attaccamento al territorio. Io continuerò comunque a lanciare il mio messaggio a livello scientifico o come divulgatore: vivo per questo, è la mia passione!»
Durante le camminate fatte insieme in occasione delle iniziative della Fondazione Dolomiti UNESCO ci ha invitato, talvolta, a mettere via i telefonini e a spegnere la telecamera davanti a luoghi meravigliosi ma fragili, per evitare un effetto “instagram” capace anche di generare dei piccoli hotspot. Possiamo comunque chiederle qual è il luogo del Parco al quale è maggiormente legato?
«Questo lo posso senz’altro dire, perché credo sia il luogo del cuore di molti ampezzani: l’alpe di Lerosa, un sito ancora poco affollato e che spero rimanga sempre così!»

