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I nove Sistemi dolomitici | Dolomiti settentrionali

Descrizione

Il più vasto tra i sistemi Dolomiti UNESCO si estende per 53.586 ettari nelle province di Belluno e Bolzano. Delimitato dalle valli Pusteria, Sesto, Badia, dalla valle di San Cassiano e dalle valli del Boite e del Piave, il sistema è composto da quattro aree principali: le Dolomiti di Sesto-Cadini, i gruppi di Braies-Senes-Fanes con le Tofane, il Cristallo e le Dolomiti Cadorine.

Il gruppo delle Dolomiti di Sesto e dei Cadini si trova nella parte più nord-orientale delle Dolomiti ed è caratterizzato da massicci spettacolari che si innalzano per oltre 2.000 metri da vasti altopiani rocciosi. Oltre alle Tre Cime di Lavaredo, sicuramente uno tra i gruppi dolomitici più conosciuti e rappresentativi, all’interno del sistema si trovano la Croda Rossa (3.146 m), la Punta Tre Scarperi (3.152 m), la Croda dei Toni (3.094 m) e i Cadini di Misurina (Cadin di San Lucano 2.839 m).

La Val d’Ansiei separa il gruppo delle Dolomiti di Sesto-Cadini da quello del monte Cristallo, dominato dalla cima omonima (3.221 metri).

La Valle di Landro separa le Dolomiti di Sesto-Cadini dal gruppo Braies-Sennes-Fanes e dalle Tofane, area che occupa la parte nord-occidentale e centrale delle Dolomiti Settentrionali. Questa zona comprende, tra le altre cime, la cresta del Lagazuoi (2.762 m), le Tofane (Tofana di Rozes 3.225 m, Tofana di Mezzo 3.244 m e Tofana de Inze 3.238 m) e il gruppo delle Conturines.

Le Dolomiti Cadorine, a sud-est, sono dominate dal Sorapiss (3.205 m), dalle Marmarole (2.932 m) e dall’Antelao, che con i suoi 3.264 m è la seconda vetta più alta delle Dolomiti dopo la Marmolada.

Terra da tutelare

Il sistema delle Dolomiti Settentrionali costituisce un importantissimo patrimonio dal punto di vista paesaggistico, naturalistico e geologico. Per questo motivo, e data l’ampiezza dell’area, sono ben tre le aree protette create per la sua tutela e valorizzazione.

Il Parco Naturale Fanes-Senes-Braies, tutto in provincia di Bolzano, è stato istituito nel 1980 e tutela oggi un’area di oltre 25.000 ettari compresa tra le valli Pusteria a nord, Badia a ovest, Landro a est: il limite meridionale del Parco è segnato dal confine con la provincia di Belluno. Le vette imponenti dei gruppi delle Conturines e della Croda Rossa fanno da corona a un paesaggio variegato di altopiani e pascoli punteggiati da numerose malghe. Di grande interesse geologico e botanico, il Parco costituisce anche l’habitat ideale per numerose specie animali tipiche dell’ambiente montano, come le marmotte, che non a caso ne sono il simbolo (www.provincia.bz.it/natura-territorio/temi/parchi-naturali.asp).

La costituzione del Parco Naturale Tre Cime risale al 1981. Adiacente al Parco Naturale Fanes-Senes-Braies, i suoi 12.000 ettari – tutti in provincia di Bolzano – sono delimitati a nord dalla Val Pusteria, a sud dalla provincia di Belluno, a est e a ovest rispettivamente dalla Val di Sesto e dalla Val di Landro. Tra le montagne più alte dell’ protetta ci sono la Punta Scarperi e le Tre Cime di Lavaredo, da cui il Parco prende il nome. Oltre alla sua rilevanza dal punto di vista geologico e botanico, il Parco è un’area interessante anche per la presenza di varie specie di uccelli, in particolare dell’aquila reale e del picchio muraiolo, che è diventato il simbolo dell’area protetta (www.provincia.bz.it/natura-territorio/temi/parchi-naturali.asp).

Il Parco Naturale delle Dolomiti d’Ampezzo, istituito nel 1990, si estende su una superficie di 11.200 ettari tutta compresa nel territorio del comune di Cortina d’Ampezzo, sull’antica proprietà delle Regole d’Ampezzo. Incuneandosi a nord nel territorio del Parco Naturale Fanes-Senes-Braies, l’area bellunese forma con quella altoatesina un unico comprensorio con caratteristiche ambientali omogenee. Tra le Dolomiti d’Ampezzo sono compresi i gruppi montusi del Cristallo, delle Tofane e del Lagazuoi. Nato per tutelare la ricchezza e l’unicità del patrimonio geologico e di quello faunistico e floristico, il Parco ha scelto come simbolo il Semprevivo delle Dolomiti, una specie floreale endemica esclusiva delle Dolomiti d’Ampezzo (www.dolomitiparco.com).

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Geologia

Tutte le pagine del libro di rocce – La continuità del racconto

L’area rappresenta il sistema più esteso delle Dolomiti UNESCO e contiene la successione di rocce più continua e differenziata delle Dolomiti. Queste montagne raccontano degli ambienti che si sono susseguiti in oltre 270 milioni di anni, dal Paleozoico (basamento metamorfico – oltre 300 Ma) fino al Terziario (Oligo-Miocene – 30 Ma) affiorante sul Monte Parei. Può essere scomposto in tre settori: Dolomiti di Sesto, Tre Cime e Dolomiti Cadorine, Settsass, Fanes, Sennes, Braies e Dolomiti Ampezzane.

Dolomiti di Sesto/Tre Cime e Dolomiti Cadorine

Nella valle di Sesto e in Val Pusteria affiora la sequenza di rocce permiana che racconta dello smantellamento dell’antica catena montuosa ercinica (Conglomerato di Sesto) e del trasporto dei materiali erosi su una pianura desertica solcata da fiumi effimeri (Arenarie della Val Gardena). Qui si è fossilizzato l’arrivo del primo mare dolomitico che fece la sua comparsa bagnando fasce costiere con lagune in clima arido (Formazione a Bellerophon) e che poi invase l’intera area compiendo, per alcuni milioni di anni, cicliche avanzate e conseguenti arretramenti (Formazione di Werfen).

Nelle Dolomiti di Sesto e in quelle Cadorine risultano conservate nelle rocce le diverse fasi evolutive dell’arcipelago triassico con un’incredibile continuità temporale, registrando uno scarso disturbo legato all’attività vulcanica medio-triassica. Questa fascia è contraddistinta dalla presenza di un piastrone basale fatto di più isole fossili saldate una sull’altra (dall’Anisico al Carnico), fino ad arrivare agli ampi altopiani costituiti da rocce tipiche del riempimento del mare Carnico e della scomparsa dell’arcipelago Triassico (Formazione di Helingkreuz, Formazione di Travenanzes). Le diverse generazioni di isole e le scogliere sono conservate nella loro tridimensionalità originaria.

L’isola ladinica è molto potente e capace di dar forma ad alcuni dei rilievi più importanti dell’area (Croda Rossa di Sesto, Cima Undici, Monte Popera, Cima Bagni, Cima Una, Punta dei Tre Scarperi, Rocca dei Baranci e la Croda dei Baranci, Marmarole).

Nella zona di Picco di Vallandro si possono apprezzare molto bene le geometrie della rampa dell’isola fossile carnica e delle relazioni di questa con i depositi di mare profondo. Le zone di Prato Piazza e dell’Alpe di Specie hanno regalato importanti reperti fossili capaci di descrivere molto bene parte della fauna responsabile della crescita delle isole carniche.

Le incredibili improvvise verticalità, scolpite nella Dolomia Principale, di alcune delle cime più importanti (Tre Cime di Lavaredo, il Monte Paterno e la Croda dei Toni) sono il residuo della grande piana di marea che si impostò alla fine del Triassico. Le fasce meridionali cadorine presentano le geometrie delle isole carniche e descrivono bene le fasi della scomparsa dell’arcipelago triassico dolomitico. In queste rocce (Formazione di HelingKreuz, Formazione di Travenanzes) sono state trovate alcune orme di dinosauri teropodi oltre che ambre fossili.

Infine, a sud della Val Ansiei (Marmarole, Croda Marcora, Sorapiss, Antelao) si possono incontrare le rocce che raccontano di un’enorme piana di marea (Dolomia Principale) e del suo progressivo sprofondamento iniziato alla fine del Triassico (Calcare di Dachstein) e proceduto poi nel Giurassico.

Geomorfologia

Gli elementi geomorfologici più interessanti dell’area delle Dolomiti di Sesto/Tre Cime, sono i grandi plateau (Piani di Lavaredo, Piani di Cengia), le cenge e i balconi che si sviluppano al tetto delle dolomie, testimoni delle isole ladinico-carniche, in corrispondenza delle più tenere rocce che videro l’arcipelago dolomitico scomparire. Da questa imponente base si elevano i monumentali torrioni delle Tre Cime di Lavaredo, della Torre Toblin, della Torre dei Tre Scarperi, le creste frastagliate della Croda de Toni e del Monte Paterno, tutti scolpiti negli strati regolari della Dolomia Principale.
Il fitto reticolo di faglie e fratture subverticali che tagliano in modo netto la stratificazione determina la struttura “a gradoni” dei plateau, la densità di guglie e pinnacoli, le geometrie dei pinnacoli, delle pareti, delle profonde e rettilinee vallate che si irradiano dal plateau (Val Fiscalina, Val di Campo di Dentro, Val Popena, Val Giralba, Val Marzon, Val de Ambata, etc.).
Non mancano forme di erosione e di accumulo glaciale come circhi, rocce montonate, valli sospese, argini morenici e massi erratici riferibili al Tardoglaciale.

Sono abbondanti i laghetti alpini che, con le loro colorazioni cangianti, occupano le depressioni di origine glaciale ubicate al centro dei circhi (Alta Val Giralba, Piani di Cengia, Laghi di Lavaredo). Esistono tuttora due piccoli ghiacciai di nevaio alla base della parete orientale di Cima Undici. La gelifrazione che affligge le pareti favorisce la formazione di estese falde detritiche e coni alla base delle pareti (Tre Cime, Tre Scarperi, Croda de Toni, etc. ), a loro volta zona sorgente di colate detritiche (Val Marzon).

Crolli e ribaltamenti sono i tipi di frana più diffusi: in Val Fiscalina, nel 2007, si verificò un crollo di discrete dimensioni che ebbe una grande risonanza mediatica.

Nelle Dolomiti Cadorine sono gli importanti sovrascorrimenti e gli estesi piegamenti orientati E-W, generati dai movimenti crostali, a dettare i lineamenti principali del paesaggio. La marcata asimmetria delle Marmarole e dell’Antelao, con versanti meridionali nettamente più ripidi, è imputabile alla generale inclinazione verso nord degli strati rocciosi.
Pinnacoli isolati da incisioni degni di nota sono La Torre Sabbioni (Croda Marcora) e Il Pupo (Marmarole).

Processi carsici e glaciocarsici interessano i versanti settentrionali dell’Antealo, del Sorapiss e delle Marmarole, capaci di allargare antri e grotte dentro le potenti bancate dei Calcari Grigi. Molti pendii ospitano evidenti ed esemplari morfologie glaciali riferibili al Tardoglaciale e alla Piccola Età Glaciale: le valli pensili e i circhi del Sorapiss e delle Marmarole e gli associati apparati morenici frontali, rocce montonate e striate, laghetti (Lago Vandelli), cascate e forre, sono unici nel panorama dolomitico. Sull’Antelao persistono due ghiacciai in rapido ritiro (ghiacciaio superiore e inferiore). La grande quantità di detrito prodotta dal gelo-disgelo alimenta rapidi e pericolosi processi di trasporto in massa (debris flow) che raggiungono i fondovalle spargendo estesi e potenti ventagli (Val Boite, Valle Ansiei, Val d’Oten). I debris flow di Acquabona, Chiappuzza e soprattutto di Cancia sono molto temuti dato che hanno ripetutamente raggiunto le infrastrutture stradali e le abitazioni, causando, anche di recente (2009), delle vittime. L’elevata energia del rilievo è responsabile di frane per crollo e scivolamento. Dal versante occidentale della Croda Marcora (nel 1730) e dell’Antelao (1814) si staccarono enormi valanghe di roccia che seppellirono i villaggi di Chiappuzza, Taulen e Marceana; complessivamente persero la vita 366 persone.

Settsass

L’area merita di essere trattata a parte data l’importanza che questo settore ricopre anche dal punto di vista storico oltre che scientifico; infatti, l’origine organica (piattaforme carbonatiche) di molti complessi montuosi delle Dolomiti è stata ipotizzata fra queste rocce.

Le rocce affioranti attorno al Settsass sono sempre state oggetto di approfonditi studi data la regolarità delle sezioni e la ricchezza di indicazioni paleontologiche. I micro e macrofossili rinvenuti sono stati capaci di caratterizzare in modo molto scandito il tempo, soprattutto in riferimento al Carnico. Di riferimento mondiale è la presenza di un punto geocronologico (GSSP – Global Stratigraphic Section and Point) posto fra le rocce della sezione di Prati di Stuores, che definisce la base del Carnico (228 Ma). Altra particolarità è data dalla presenza di un reef abortito (Piccolo Settsass- Richthofen Reef), perfettamente conservato, alla base della scarpata della scogliera del Settsass.

Fanes, Sennes, Braies e Dolomiti Ampezzane

Questa zona, fra le più evocative del panorama dolomitico, presenta una successione di rocce molto ampia (oltre 3.000 metri di spessore) che va da circa 270 milioni di anni fa a 25 milioni di anni fa. Qui le montagne raccontano la storia dell’arcipelago di isole triassiche offrendo spunti sulle geometrie delle isole (lagune interne) e sulle relazioni fra le isole e i circostanti sedimenti di mare più profondo. L’area di Braies/Pra della Vacca è di grande importanza scientifica per gli affioramenti di rocce anisiche (bacinali di mare profondo e continentali dovute all’erosione di terre emerse) molto fossilifere, che regalano reperti con resti di piante, pesci, metazoi, ammoniti, rettili, etc.

L’area del Lagazuoi, Col dei Bos, Tofane offre sezioni di rocce continue che permettono la ricostruzione degli ambienti carnici e documentano la fine dell’arcipelago dolomitico. Fra questi strati (Formazione di Heilingkreuz) si è fatta la scoperta delle ambre fossili contenenti acari e insetti fra i più antichi mai studiati al mondo. In queste rocce sono state rinvenute importanti impronte di dinosauro e un cranio di un anfibio (Stegocephalus).

Le zone di Fanes e Sennes sono caratterizzate da ampi altopiani, con rilievi modellati in rocce calcaree appartenenti alla fine del Triassico e al Giurassico/Cretacico. In questa porzione delle Dolomiti si può apprezzare la loro storia marina terminale, che vide il passaggio da un mare diffuso poco profondo, ad un altofondo pelagico in riempimento graduale, che poi emerse a causa dell’inizio della collisione alpina.

Le rocce più giovani delle Dolomiti (formatesi 25 milioni di anni fa) sono qui (Monte Parei, Col Bechei), e attraverso il loro studio si capisce come le Dolomiti, prima di emergere del tutto dal mare, furono un’area di mare residuo costellato da terre emerse (propaggini delle Alpi), circondate da coste articolate e a volte da vere e proprie pareti a picco sul mare (falesie).

Geomorfologia

La geomorfologia di questo settore risente dell’assetto dell’ammasso roccioso che risulta grossomodo piegato a conca: il paesaggio nella parte centrale è dominato dai plateau di Fanes e Sennes, ove affiorano le rocce calcaree e marnose più giovani (Giurassico-Terziario), mentre nelle parti periferiche prevalgono massicci isolati, dorsali e gruppi montuosi più irregolari (Settsass, Tofane, Croda Rossa d’Ampezzo, Monte Cristallo, Picco di Vallandro, Sasso del Signore e Monti Muro), scolpiti entro la variegata e complessa successione del Triassico medio e superiore.

L’orientazione di tutte le profonde valli che attraversano questo settore è controllata da un complesso reticolo di sovrascorrimenti (Val Foresta, Valle di Braies Vecchia, Val di Fanes Grande, Val Padeon, etc.) e di faglie subverticali (Val Boite, Val di Travenanzes, Val di Rudo, Valle di Fanes, Vallon Bianco, Val Salata, etc.), alcune delle quali ancora attive. Anche le geometrie prismatiche dei possenti bastioni in Dolomia Principale del Cristallo e delle Tofane riflettono l’andamento delle fratture tettoniche. Sono esemplari le forme planari o debolmente inclinate come cenge, balconi, piccoli plateau formatesi per erosione selettiva in corrispondenza delle più nette variazioni litologiche della successione.

I plateau di Fanes e Sennes ospitano la gamma più completa nel panorama dolomitico di fenomeni carsici/glaciocarsici, sia supeficiali che sotterranei: alcuni laghi (Lago Grande di Fosses, Lago Secco di Fanes Piccola, Lago di Limo, etc.) si impostano su depressioni di origine glaciocarsica.
Sono molto diffuse le morfologie glaciali: valli pensili, circhi, gradini e rocce montonate, e meno evidenti argini morenici tardoglaciali e della Piccola Età Glaciale, arricchiscono alle quote elevate tutto il rilievo. I lobi morenici sono responsabili della formazione di alcuni laghi come il Lago Paron e il Lago di Misurina. Nella zona di Fanes è stato rinvenuto un deposito glaciale (Col Bechei) e dei conglomerati (Passo di Limo) precedenti all’ultima glaciazione. Rimangono piccole plaghe glaciali attive sul Cristallo e sulla Croda Rossa d’Ampezzo.

Falde ed estesi coni detritici bordano al piede le pareti verticali, soprattutto quelle scolpite in Dolomia Principale (Tofane, Cristallo, Conturines, Croda del Becco). Questi depositi, nella zona di Braies, in Armentarola e nel bacino del Ru da Voi, alimentano importanti fenomeni di colate di detrito (debris flow). Le aree orientali della Croda Rossa d’Ampezzo ospitano in alcuni circhi significativi rock glacier attivi, oggetto di numerose ricerche. In questo settore dolomitico, le frane per crollo e scivolamento lungo strato sono le più diffuse. Nel primo Tardoglaciale e all’inizio dell’Olocene si svilupparono imponenti fenomeni franosi tipo rock avalanche che sbarrarono la Valle di Braies, causando la formazione dell’omonimo lago.

Dolomiti Project

Musei tra natura e cultura

Le Dolomiti Settentrionali costituiscono uno scenario variegato all’interno del quale uomo e ambiente naturale sono stati per secoli protagonisti di incontri, conflitti e confronti, culminati un secolo fa nei rivolgimenti sanguinosi della Prima Guerra Mondiale – proprio in questa zona correva la prima linea del fronte italo-austriaco, teatro di scontri entrati nella memoria collettiva e nella letteratura popolare. Le culture che si sono sviluppate in quest’area hanno prodotto nel tempo opere d’arte e di ingegno di indubbio valore, e anche la natura ha fatto la sua parte, come documentano i numerosi ritrovamenti fossili e la straordinaria scoperta di alcuni scheletri di orso preistorico in una grotta delle Conturines – una varietà diversa da tutte le altre, l’Ursus ladinicus.

Il Museum Ladin Ursus ladinicus di San Cassiano è dedicato proprio all’antenato plantigrado e alla storia più antica delle Dolomiti: attraverso fossili, altri ritrovamenti, pannelli didattici e installazioni innovative viene ripercorsa la formazione di queste montagne. C’è anche la ricostruzione della grotta in cui sono stati scoperti gli scheletri dell’Ursus ladinicus, oltre allo scheletro originale dell’imponente animale (www.ursusladinicus.it).

Agli appassionati di storia antica interesseranno anche il Museo paleontologico “Rinaldo Zardini” di Cortina d’Ampezzo – che con il Museo d’arte moderna “Mario Rimoldi” e il Museo etnografico “Regole d’Ampezzo”, costituisce la rete dei musei delle Regole d’Ampezzo (www.musei.regole.it) – il Museo archeologico cadorino a Pieve di Cadore e il Museo Palazzo Corte Metto ad Auronzo di Cadore.

Oltre al Museo etnografico “Regole d’Ampezzo”, a Cortina, per caprire come si viveva un tempo in queste zone è consigliabile visitare il Museo etnografico delle tradizioni popolari di San Vito di Cadore, il Museo del cidolo e del legname a Perarolo di Cadore, la casa natale di Tiziano Vecellio e il Museo dell’occhiale a Pieve di Cadore.

Anche i Parchi Naturali di questo sistema hanno istituito spazi espositivi e informativi per i curiosi. Il Centro visite del Parco Naturale Fanes-Senes-Braies si trova a San Vigilio di Marebbe. Nel centro culturale Grand Hotel di Dobbiaco nuova si trova il Centro visite Tre Cime, che racconta paesaggio naturale, evoluzione geologica, cultura e storia del territorio (in particolare Grande Guerra in Dolomiti, inizi dell’alpinismo e sviluppo turistico in Alta Pusteria) del Parco Naturale Tre Cime (www.provincia.bz.it/natura-territorio/temi/parchi-naturali.asp).

Veri e propri musei all’aperto sono i camminamenti, le trincee e le gallerie scavate durante la Prima Guerra Mondiale, ripari di roccia per sfuggire al fuoco nemico e aggirare le postazioni degli avversari. Gran parte di queste testimonianze del conflitto sono state recuperate e ripristinate e sono agibili anche dagli escursionisti. Particolarmente interessanti sono i musei all’aperto delle Cinque Torri, del Sasso di Stria e del Forte Tre Sassi tra i passi Falzarego e Valparola, dei Piani di Lavaredo e del Monte Piana sopra il lago di Misurina, della Croda Rossa a Sesto Pusteria. E le gallerie del Lagazuoi, naturalmente, che dalla vetta scendono ripide fino alla Cengia Martini, più di 3 chilometri interamente scavati nella roccia, che oggi sono diventati un percorso attrezzato di grande suggestione.

Sentieri ed escursioni

Alte Vie

Le Dolomiti Settentrionali sono un sistema di grande fascino, celebrato in tutto il mondo per la bellezza dei suoi paesaggi e la particolarità dell’ ambiente naturale. I gruppi UNESCO delle Dolomiti Settentrionali sono attraversati da ben 4 degli 8 itinerari delle Alte Vie: l’Alta Via n. 1 scende da Braiès a Belluno, l’Alta Via n. 3 da Villabassa-Niederhof a Longarone, l’Alta Via n. 4 da San Candido in Pusteria a Pieve di Cadore, l’Alta Via n. 5 da Sesto in Pusteria a Pieve di Cadore.

Anello delle Tre Cime di Lavaredo

Un classico delle escursioni sulle Dolomiti, questo itinerario è molto frequentato durante la stagione estiva: i silenzi della montagna potrebbero essere disturbati da comitive e famiglie in gita. Il che non toglie comunque nulla al fascino dei paesaggi di questa escursione di circa 3 ore, assolutamente da non perdere.

Si parte dal rifugio Auronzo, raggiungibile da Misurina a piedi o in auto (la strada è soggetta a pedaggio nei mesi estivi). In una ventina di minuti uno sterrato in piano porta al rifugio Lavaredo, dopo la caratteristica chiesetta dedicata a Maria Ausiliatrice. A questo punto si può scegliere se salire il sentiero più ripido, che porta direttamente alla forcella Lavaredo, oppure continuare per la strada sterrata, decisamente più agevole. Il panorama è incantevole, lo sguardo abbraccia le Tre Cime, che incombono, la Croda dei Toni, la Valle d’Ansiei, il lago di Misurina e i Cadini di Misurina. Dalla forcella si scende per un breve tratto su strada sterrata, prima di prendere il sentiero sulla destra che porta al rifugio Locatelli. Ecco lo scorcio preferito dai fotografi: le Tre Cime si impongono da qui in tutta la loro maestosità. Prima di prendere l’ultima breve salita che porta al rifugio, si oltrepassa una grotta scavata nella roccia durante la Grande Guerra. Anche in questa zona sonomolto numerose le testimonianze del conflitto mondiale. Dal rifugio Locatelli si scende nella valle ai piedi delle Tre Cime, per aggirarle e rientrare al punto di partenza. La discesa è ripida ma agevole, nelle giornate con meno affollamento è possibile anche incontrare qualche marmotta o altre bestie. Da fondovalle si risale verso il Col Forcellina e la malga Longa. Oltrepassata la malga, la salita prosegue sui pascoli d’alta quota: ecco i laghetti delle Tre Cime, ecco il ghiaione che conduce alla forcella di Mezzo. Al bivio si gira a sinistra per tornare al rifugio.

Nella magia di Fanes, da capanna Alpina al rifugio Pederü

Capanna Alpina si raggiunge in macchina, tre chilometri a nord di San Cassiano lungo passo Valparola. Il sentiero è il n. 11, porta al Plan de Furcia attraverso una splendida pecceta. Continua a salire per il Col de Locia, si srotola quindi per un’ampia conca tra il gruppo di Fanes, Campestrin e il gruppo delle Conturines, fino al Ju dall’Ega. Il panorama è spettacolare, il cammino si fa agevole, quasi pianeggiante, si attraversano i pascoli di Fanes fino all’Alpe di Gran Fiames e al lago di Limo, il punto più alto dell’escursione. Una rapida discesa porta al rifugio Fanes. Da qui, lungo il sentiero n.7, si raggiungono il lago Piciodel e il rifugio Pederü.

Dolomiti leggendarie

La leggenda del Regno dei Fanes è una delle più ricche e complesse delle Dolomiti e l’unica del territorio italiano paragonabile alle saghe dei cicli arturiano e nibelungico. Le leggende di Fanes sono state raccolte e trascritte, verso la fine dell’Ottocento, dall’austriaco Karl Felix Wolff. Il Parco Naturale Fenes-Senes-Braies ha costruito un percorso in 11 tappe sulle tracce delle saghe ladine – parte dal centro visite o dalla località Al Bagn presso San Vigilio di Marebbe.

La vicenda dei Fanes è molto complicata, se ne propone qui un riassunto: conviene comunque procurarsi la versione originale estesa, per apprezzarne ogni dettaglio e vivere pienamente la suggestione leggendaria di queste montagne.

Il Regno dei Fanes

Il popolo di Fanes è alleato con il popolo delle marmotte. In occasione del matrimonio con un re straniero, la regina – conoscendo l’ambizione dell’uomo – tiene nascosta al marito l’alleanza con le marmotte. Il nuovo re di Fanes, ignaro della prima, stringe una seconda alleanza con l’aquila. Alla coppia reale nascono due gemelle: Dolasilla e Lujanta. La regina, di nascosto dal marito, affida la seconda alle marmotte come pegno dell’alleanza segreta. Gli animali ricambiano inviando alla regina un loro cucciolo. Anche il re vuole consegnare le figlie all’aquila: le affida a un servo perché concluda lo scambio in cima al monte Nuvolau. Il servo, d’accordo con la regina, affida al rapace un fagotto contenente solo il piccolo di marmotta. Sulla strada del ritorno, il servo viene sorpreso dallo stregone Spina de Mul, che intende rapire la principessina. Il giovane principe Ey de Net interviene e salva la bambina.

Quando Dolasilla raggiunge la maggiore età, l’ambizioso sovrano decide di cercare il tesoro del lago d’Argento e di portare la figlia con sé. Durante la spedizione, la principessa riceve da alcuni nani una polvere capace di far affiorare il tesoro se gettata nel lago e una stola di ermellino da cui ricavare una corazza invincibile. Insieme al tesoro Dolasilla trova anche delle frecce infallibili: è destinata a diventare una grande guerriera. Come in tutti gli incantesimi che si rispettano, però, c’è una condizione: la principessa non deve scendere in battaglia quando la pelliccia cambia colore.

Da quel giorno Dolasilla diventa una guerriera formidabile: guida l’esercito di Fanes verso molte vittorie e permette al re di espandere il proprio dominio sui territori circostanti. Lo stregone Spina de Mul, però, trama contro il regno di Fanes: cerca di sollevare le popolazioni vicine contro l’ambizioso re e il suo esercito e chiede a Ey de Net di distrarre Dolasilla per allontanarla dalla battaglia. In un momento di confusione, tradendo gli accordi presi con il guerriero, lo stregone ferisce la principessa. Per proteggerla, Ey de Net chiede ai nani del Latemar di realizzare uno scudo pesantissimo, che solo lui sia capace di portare. La stessa cosa fa il re di Fanes: vuole uno scudo che protegga Dolasilla anche dalle armi fatate. I nani si confondono e forgiano un solo scudo, così pesante che, quando viene consegnato al castello di Fanes, nessuno riesce a sollevarlo. Il re convoca allora soldati e cittadini per trovare chi sia in grado di sollevare l’arma e difendere la principessa: Ey de Net si fa avanti e vince la sfida.

Riprendono le conquiste dell’esercito di Fanes: Dolasilla e Ey de Net sono in prima fila. I due si innamorano, ovviamente, ma il re, che teme la propria figlia invincibile possa rinunciare a combattere, bandisce Ey de Net dal regno. Dolasilla, per protesta, si rifiuta di combattere. Divorato dalla smania di potere e di ricchezza, il re di Fanes vende il regno e il suo popolo ai nemici e si nasconde sul Lagazuoi in attesa della sconfitta di Fanes e della sua ricompensa. Per salvare la sua gente Dolasilla decide di combattere un’ultima volta ma, tratta in inganno, consegna al nemico Spina de Mul alcune delle sue frecce.

Il giorno della battaglia la corazza di ermellino cambia colore: Dolasilla ricorda l’avvertimento dei nani, ma non rinuncia a combattere. Viene colpita al cuore dalle sue stesse frecce e muore: l’amato Ey de Net non arriva in tempo per salvarla.

È la fine del regno di Fanes. Vincitore, Spina de Mul corre sul Lagazuoi e tramuta in pietra il re traditore. Lo sperone di roccia che fu uomo troppo ambizioso è ancora visibile: passo Falzarego, ai piedi del massiccio montuoso, sembra derivi il nome proprio da questo episodio, dal ladino fàlza rego, “falso re”.

A Fanes l’esercito batte in ritirata: la regina chiede aiuto alle alleate marmotte per salvare, se non la figlia, almeno il suo popolo. La principessa Lujanta, ceduta piccolissima alle marmotte, torna al villaggio e conduce in salvo i superstiti nel regno delle marmotte.

La popolazione è salva, ma Fanes è distrutta: gli abitanti vivono ancora nel regno sotterraneo, in attesa del tempo promesso di pace e prosperità. Si narra che ancora oggi, una volta all’anno, Lujanta e la madre compaiano su una barca nel lago di Braies: in fondo al lago, dice la leggenda, si apre una delle porte che conduce all’ultimo rifugio dei Fanes.

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